Amor elenco filme

Amor Coreano-O Filme Publicado em 1 de abril de 2012 por FCS Productions H oje é primeiro de Abril,mas não é mentira,hoje tivemos a estréia de Amor Coreano produzido pelo nosso parceiro Joabex1046.Veja algumas imagens e assista. Pitada do Amor avaliado por quem mais entende de cinema, o público. Faça parte do Filmow e avalie este filme você também. Um filme de Jonathan Wright com Lacey Chabert, Will Kemp, Brittany Bristow, Guillaume Dolmans. Em Amor, Romance e Chocolate, a contadora Emma Colvin (Lacey Chabert) fica com o coração partido ... Assista Amor a Toda Prova Online Grátis do seu Celular, PC, Smart TV ou Tablet, Lançamentos, Séries Netflix, 100% Seguro! Gostei deste filme pelo fato de ser um texto bem fácil de entender e baseado numa realidade das grandes cidades. Os atores dão show de interpretações sem exceção de nenhum; o fanatismo que a personagem de Cristina Achê sente pelas músicas de Roberto Carlos bate muito bem com seu modo de viver e seu amor por um marginal. Amor? é uma mistura poética de documentário com ficção, um filme sobre relações amorosas que envolvem alguma forma de violência. Atrizes e atores interpretam o depoimento sincero de pessoas que viveram situações que envolvem ciúmes, culpa, paixão e poder. Um filme de Mark Steven Johnson com Rachael Leigh Cook, Damon Wayans Jr., Heather Graham, Lisa Durupt. Em Amor Garantido, para salvar seu pequeno escritório de advocacia, a séria advogada Susan ... Amor? é uma mistura poética de documentário com ficção, um filme sobre relações amorosas que envolvem alguma forma de violência. Atrizes e atores interpretam o depoimento sincero de pessoas que viveram situações que envolvem ciúmes, culpa, paixão e poder. Face do Amor. Adorei o filme e aconselho a ver. Filme de qualidade com excelente interpretaçã … (continuar a ler) Edith Botelho. Face do Amor. Adorei o filme e com óptimos actores. Recomendo vivamente. Cristina. Muito bom. Filme de qualidade, com excelentes artistas. Uma história bem montada e com um final bem expl&# … (continuar a ler) Tudo sobre o filme Muito Amor pra Dar (Corazón loco). Sinopse, trailers, fotos, notícias, curiosidades, cinemas, horários, e muito mais sobre o filme Muito Amor pra Dar.

Sugestão de mais um filme com temática LGBTQ+ para assistir em quarentena: Você Nem Imagina (Alice Wu)

2020.04.11 20:42 jujubadejurubeba Sugestão de mais um filme com temática LGBTQ+ para assistir em quarentena: Você Nem Imagina (Alice Wu)

Você Nem Imagina é a mais nova produção de Romance da Netflix, e o filme, com temática LGBTQ+, acaba de ganhar o seu primeiro trailer. Com sua estreia agendada para 1º de maio na plataforma de streaming, no vídeo conhecemos os protagonistas e a amizade improvável que eles construíram.
“Amor não é encontrar a sua cara-metade perfeita. É tentar, insistir e fracassar”, diz a jovem personagem Ellie. Uma garota tímida que acaba fazendo amizade com Paul, o atleta popular da escola, por conta do amor: ele quer conquistar uma garota. A questão é que, na verdade, Ellie também é apaixonada pela mesma menina.
Com direção e roteiro de Alice Wu, o filme é protagonizado por Leah Lewis e Daniels Diemer. Alexxis Lemire, Enrique Murciano, Wolfgang Novogratz, Catherine Curtin e Becky Ann Baker completam o elenco.
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2020.02.27 14:02 I_shoot_John_Lennon Di come un tassista bulgaro mi salvò la pellaccia [Parte 3 di 3]

[Questa è la terza e ultima parte del mio viaggio di dieci anni fa, circa. Per la prima clicca qui, mentre per la seconda qui. Grazie a tutti i commentatori per avermi fatto rivivere quest’esperienza tra le più formanti della mia vita, grazie a chi ha ritrovato luoghi di cui non ricordavo il nome e chi a condiviso esperienze simili. Buona lettura.]
Passai sei ore all’internet point vicino la stazione centrale di Istanbul per venire a capo della faccenda. Era vero: non c’era alcun modo di passare il confine turco per andare in Grecia e il ritorno per Sofia era molto costoso, ma avevo un’idea. Un ragazzo, un tipo che avevo conosciuto qualche giorno prima a Sahilköy, mi disse che c’era un bel via vai di autostop per uscire dalla città vista la situazione, e nel posto giusto avrei potuto trovare un passaggio. Mi ci vollero tre ore e mezza a piedi ma una volta giunto da quel benzinaio sperduto in mezzo a poche abitazioni anonime, non ebbi nemmeno il tempo di sedermi un attimo, un’auto di fermò e trovai il mio passaggio per Sofia.
Tornato a Sofia ero decisamente molto più povero della prima volta che venni a fare lo splendido. Cambiai di corsa tutte le monete e banconote che mi erano rimaste dagli altri paesi in Lev, ma per quanto cercassi soluzioni alternative, non c’era alcun modo per me di arrivare a Patrasso con un mezzo. Valutai perfino di noleggiare una bici. Il cielo era plumbeo ma non pioveva più, dopo diversi battibecchi con un ferroviere bulgaro decido il da farsi. L’idea è semplice ma pericolosa. Il posto più vicino al confine che posso raggiungere è questo piccolo paesino di nome Kulata, avrei superato il confine a piedi, erano diverse ore in mezzo al nulla e sotto il sole per arrivare a Thermopigi, forse là avrei potuto trovare aiuto. Non sapevo neanche se era un’idea o solo disperazione, Kulata infatti è sul confine ma non c’è una dogana pedonale, quelle erano parecchio lontano, almeno 16 ore a piedi sotto il sole cocente nel bel mezzo di una campagna brulla e morta, significava superare illegalmente il confine. Mi erano rimasti i soldi per dormire in qualche ostello, più o meno 15€, e una trentina per mangiare, più diverse banconote da cambiare ma che avevo valutato non di grande valore. Tutti i mezzi per arrivare direttamente a Patrasso, dove mi aspettava il traghetto per Ancona, erano fuori budget. Non ci volevano cifre sbalorditive, all’epoca erano 130€, ma non li avevo e in qualche modo dovevo arrivarci. Mentre cambiavo treno ogni cinque stazioni, ritrovandomi in carrozze sempre più arrugginite, mi avvicinavo a Kulata senza un piano preciso e senza speranza. Provai a scrivere a mio padre spiegandogli la situazione, ma non avevano liquidità al momento. Non osai chiamare la mia ragazza che aveva già fatto diversi sforzi per permettermi questa follia. Non sapevo che fare. L’unica era camminare nel deserto, trovare un posto dove ci fosse un bus poco costoso per Patrasso e spendere gli ultimi euro rimasti per dormire in città aspettando il traghetto. Un po’ anti-climax, ma non avevo alternativa, dovevo mandare a puttane gli ultimi giorni del viaggio oppure rischiare come un pazzo un salto della dogana da vero clandestino.
Ultimo cambio per Kulata. Due vagoni semivuoti. Ero piuttosto disperato e così, imitando mia madre in una cosa che di solito odio e che infatti non faccio mai, comincio a parlare da solo, maledicendomi per la mia folle gestione del budget. Ad un certo punto un signore piuttosto anziano dietro di me si alzò e mi venne vicino chiedendomi: «Posso?» Il tipo era di Kulata, inizia a raccontarmi in maniera molto placida e in un ottimo italiano, di aver vissuto gran parte della sua vita in Italia, a Roma per l’esattezza, di cui aveva ereditato l’accento e la gestualità. Mi raccontò di come fu sempre benvoluto dagli italiani, che gli avevano dato un lavoro dignitoso con quale potè comprarsi una casa e tirare sù una famiglia, per poi mettersi in affari col fratello che non vedeva da una vita e che viveva ancora qui, a Kulata. Avevano messo in piedi assieme una piccola ditta di taxi che collegava diverse zone del sud del paese con la Grecia. Scesi a Kulata, l’uomo chiamò subito il fratello che in pochi istanti si presentò da noi e gli spiegò delle cose che non riuscivo ad afferrare. Dopo poco l’uomo si riavvicinò e mi disse che il fratello mi avrebbe accompagnato volentieri a Salonicco col suo taxi. A quel punto ci rimasi male, e gli spiegai, non senza imbarazzo, che non potevo permettermi nemmeno il treno, figuriamoci il taxi, ma il tipo mi mise la una mano gigantesca sulla spalla e mi disse: «Ahó, ma che cazzo hai capito scusa? Questa te la offro io! Con tutto quello che l’Italia ha fatto per me è il minimo ragazzo. Dai, non rompere i coglioni, questo è il numero di un ostello di miei amici a Thessaloniki, chiamali e digli che ti mando io, ti piacerebbe visitare Athína?»«Eh?»«Vabbè, ho capito, quest’altro invece è un Bed ènd Breakfast in via Victor Hugo ad Athína, come prima: chiamali digli che ti mando io ed è tutto a posto. Buon viaggio e buon ritorno a casa, salutami l’Italia!» Non sapevo che dire, balbettai qualcosa mentre si allontanava sorridente come quando mi aveva chiesto «Posso?» pochi minuti prima sul due-vagoni. Il fratello non parlava italiano ma un po’ d’inglese lo masticava, ci scambiammo giusto due chiacchiere prima che io crollassi sul sedile posteriore. Mi svegliai in tempo per vedere il mar Ionio dal golfo Termaico, era nero e abissale, come una distesa di china, mentre inghiottiva rapidamente una grande stella rossa.
Appena rinsavii approfittai dei numeri che mi erano stati dati e organizzai per filo e per segno i miei giorni seguenti, di cui due a Salonicco, tre ad Atene ed uno a Patrasso. Avevo 45€ e potevo raccattare ancora qualcosa dai cambi delle ultime banconote che avevo messo da parte come ricordo e così feci, ma solo dopo aver preso un caffè a piazza Aristotele e goduto a pieno del vento rinfrescante su una panchina davanti alla Torre Bianca.
Salonicco è una città di cui l’unico protagonista è il mare, ogni piazza, ogni strada, ogni vicolo sembrano aprirsi il più possibile ai venti di scirocco e salsedine che risalgono il golfo. Bianca, ventosa, le sue piazze dispiegate a vela contrastano con i piccoli borghi dove la vita ancora pullulava, a dispetto della crisi economica che aveva letteralmente divelto la parte più moderna della città. Vedevo infatti bandoni rossi dispiegati tra diversi balconi con scritte contro l’UE e il governo, le Banche erano in pessime condizioni, con vetrate rotte e graffiti scritti con una furia che sembravano quasi colpi di frusta. La sera tardi bastava seguire le poche luci della città per trovarsi nei luoghi in cui le persone si ritrovavano. In un incrocio particolarmente favorito tutti i locali della strada sembravano diventati uno solo, sedie e tavoli invadevano ogni centimetro calpestabile e la gente si spostava da un pub a l’altro senza soluzione di continuità. Quella sera bevvi un po’ troppo e non ricordo come ritrovai la via per l’ostello. Ricordo però che mi svegliai che stavo sudando alcol. Rintronato e barcollante decido di andare a farmi una doccia e solo uscito da camera mia - la più lussuosa camera d’ostello mai vista, c’era pure un lavandino e un armadio a due ante, solo a quel punto mi resi conto di essere l’unico ospite della struttura, e nemmeno pagavo. Ad Agosto. A Salonicco.
Presi un bellissimo ma sorprendentemente economico treno per Atene. Avevo finito “Morte a Credito” e iniziai a disegnare sul mio taccuino inondato da una riposante solitudine. Adoro viaggiare in treno, sopratutto quando non c’è una festa in corso. Sono fortunato perché per lavoro anche oggi sono sempre sui treni, delle volte verso Bologna altre in Toscana, e posso leggere, ascoltare musica, scrivere come sto facendo adesso da un regionale, completamente rilassato, di getto, a braccio, senza tornare mai indietro e tagliando e sminuzzando poco prima che le dita ricomincino a premere sui tasti. Arrivai ad Atene rinvigorito, pieno di energie e desiderio di scoprire questa città.
Innanzitutto: trovare l’ostello e sincerarsi che fosse tutto gratis come promesso. Sapete com’è, meglio non lasciare nulla di non detto. Arrivai facilmente in via Victor Hugo, un luogo che ridefinì il mio sentimento per la parola “malfamato”. L’ostello era di fronte a questo palazzo la cui metà era implosa su se stessa. Al piano terra e al primo potevi vedere le prostitute, alcune anche in azione, mentre dal secondo in poi, non so con quale coraggio fra l’altro, c’erano una ventina di senzatetto che accendevano il fuoco in grandi secchi per l’immondizia, probabilmente in vista della notte. Entrai nell’ostello e il proprietario vedendomi scattò immediatamente verso di me con un sorriso giallo e malaticcio «Aaaaaaaah! Tu Italia, Calabria, Napulé! Io greco ma noi stessa faccia stessa razza! Ahahahahah!» ‘Sto tipo urlava sempre, urlava mentre mi spiegava com’era la camera, mentre mi indicava dov’erano i bagni, mentre mi porgeva la cartina turistica della città, probabilmente sbraitava come un lama anche mentre s’ingozzava di feta. Inoltre ogni tre per due ripeteva: «Stessa faccia stessa razza!» interpolandolo con esclamazioni del tipo: «Napulé! Mozzarrrrella! Aaaaaah Sicilia! Rrrosso! Ah!» Sia chiaro: era tutto gratis per cui buono e benedetto, e allora gli sorridevo ogni volta che ne avevo occasione, poteva anche mettersi ad urlare: «Mafia! Mandolino!» finché non gli dovevo un solo euro eravamo migliori amici. Dividevo la camera con un ragazzo coreano che non spicciò mai parola e ogni volta che lo vidi era disteso sul suo letto con il suo PC portatile. Cazzo, ora che ci penso non l’ho mai nemmeno visto dormire. Il terzo compagno di camera invece si chiamava Julian, un ragazzo polacco alto 1 metro e novanta che studiava da tenore. La prima sera, poco dopo che mi ero messo sotto le coperte con un occhio aperto verso il coreano, Julian apre con un calcio la porta e comincia a cantare: «La donna è mobile!/ Qual piuma al vento/ muta d’accento e di pensiero/ Sempre un amabile/ leggiadro viso/ in pianto, in riso, è menzognerooo» Le finte pareti dell’ostello tremarono e d’un sol colpo si levarono le voci inalberate degli altri ospiti, saltai giù dal letto e pregai Julian di riaversi prima di scatenare una rivolta interna. Lui si fermò ma mi chiese di promettergli solennemente che il giorno dopo avrei provato a bere l’ouzo, rigorosamente accompagnato da un bicchierino d’acqua. Glielo promisi in ginocchio, mentre lui aveva le lacrime agli occhi, e decine di ragazzi confusi si erano affacciati alla porta.
In quei giorni visitai un numero assurdo di musei e comprai qualche disco, vidi il Partenone e l’Acropoli, pur detestando il mio ostellante non potei rabbrividire nel notare che certa incuria nel patrimonio archeologico greco l’avevo vista solo in Italia. La seconda sera cercai di spingermi lontano, in periferia, visitai diversi mercati e finii in un locale derelitto, il bancone era appiccicoso e bucherellato dalle termiti, le sedie e i tavolini all’esterno sembravano stati rubati da diversi appartamenti, tutti malridotti e inclinati. La luce gialla e stanca del lampioni illuminava quel poco che c’era da vedere. Mi sedetti al tavolo con un tizio che sembrava tranquillo, ma appena mi vide volle attaccare bottone. Era un archeologo, vestito di tutto punto come un’Indiana Jones dei poveri, veniva dall’Estonia e parlava un ottimo inglese, molto migliore del mio il che mi mise in crisi in diversi momenti della nostra conversazione. Mentre Indiana Jones cercava di spiegarmi le differenze sostanziali tra le necropoli della Magna Grecia e quelle invece propriamente greche veniamo interrotti da una cameriera che fin lì non avevo notato, ci chiese qualcosa in greco che non capii e come un perfetto idiota mi ritrovai a fissarla, incantato. I suoi capelli corvino disegnavano un volto morbido ma severo, aveva gli occhi contornati come Cinamon Hadley e un sorriso che sembrava celare parole che ti avrebbe concesso solo poche volte nella vita. Lei intuì immediatamente che non stavo capendo una ceppa di quello che mi stava chiedendo, così iniziò a parlare in inglese ed io, poco prima quasi mutilato dall’espressiva verbosità di Indiana, sconfinai in un fiume di parole e battute che quasi c’inciampai dentro. Rise. Prese l’ordinazione e scomparve dentro il locale. Indiana, da vecchio volpone qual egli era, capii tutto e indossò il suo cappello (ma che sul serio? come quello del film? ma che c’aveva ‘sto tizio?), mi salutò sapendo che non ci rincontreremo mai più e che la mia educazione in merito alle necropoli mediterranee era definitivamente compromessa. Quando tornò la cameriera mi chiese dov’era finito il mio amico, le risposi che era dovuto scappare perché aveva appena scoperto che Sean Connery era suo padre. Rise, di nuovo. Mi chiese cosa ci avrebbe fatto adesso con la sua ordinazione. Mi guardai un po’ attorno in modo molto caricaturale, notai che non c’era molta gente ai tavoli, così le dissi che se voleva poteva sempre consumare l’ordinazione assieme a me. È vero, sono sempre stato piuttosto spavaldo con le ragazze, ma in questo specifico caso sentivo la calda influenza dell’ouzo consigliatomi da Julian risalirmi nel petto e dar senso alle mie parole. «Ok. By the way, my name is Phila.» Anche Phila aveva letto Morte a credito giusto lo scorso anno e ne rimase molto colpita. In un certo senso capiva il cinismo di Céline, la sua amarezza nei confronti delle persone e della società. Citò John Osborne lasciandomi di stucco, provai a convincerla che c’era più affinità con Antonin Artaud, ma all’epoca non lo conoscevo così bene, Artaud lo avrei capito solo nove anni dopo leggendo la sua traduzione de Il Monaco di Matthew Gregory Lewis. Però capii al volo Phila e lei capii al volo me, io ero intraprendente, istintivo, supponente, lei invece riflessiva, accademica, umile. I nostri dialoghi s’incastravano lasciando sempre uno spazio vuoto per un nuovo pezzo, continuammo a parlare mentre puliva dietro il bancone e non ci fu nemmeno bisogno di chiederglielo perché la accompagnai verso casa sua continuando a discutere, interpretare, giocare. Le dissi che secondo me l’opera d’arte più introspettiva sull’opera d’arte stessa non erano gli Scritti di Marcel Duchamp quanto Final Fantasy Tactics Advance. In FFTA infatti il tuo avatar è un bambino di nome Marsh che si ritrova catapultato in un videogioco della serie di Final Fantasy. Marsh scopre ben presto che questo mondo fittizio è stato creato dalla volontà di un suo amico di plasmare una realtà perfetta, dove sua madre non ha lasciato la famiglia, dove suo padre non è depresso e sull’orlo del fallimento economico, dove gli altri bambini non lo bullizzano perché ora è il Re. Ma Marsh capisce che sebbene vivere in Final Fantasy sia bello - e obiettivamente anche lui ne è affascinato, questo non deve essere un sostituto della Realtà, non deve essere un rifugio, ma un gioco. I livelli narrativi di FFTA non sono soggiacenti alla dimensione ludica oppure paralleli, l’esplorazione interiore di Marsh e la dialettica con i suoi amici raggiungono un unico climax assieme agli elementi più finemente strategici del gioco. Non è un gioco che parla dei videogiochi, ma un videogioco che esplora l’antropologia ludica come Johan Huizinga non si sarebbe mai potuto nemmeno sognare. Arriviamo sotto casa sua e lei mi fa la domanda. Io, le dico, che vorrei davvero. In fondo lo sa anche lei che in Grecia non ci sarei tornato per una ragazza, sebbene la serata, non ho mai creduto nell’amore a prima vista, certi sentimenti si coltivano con tempo, con dedizione, con sacrificio. Però mentre la guardo mi rendo conto che c’è qualcosa che mi manca, e che le sue risposte e i suoi modi per quanto piacevoli non erano quelli della mia ragazza, all’epoca appena conquistata, oggi mia compagnia da dieci anni. Non c’è problema, dice lei. Ciao Phila. Addio Atene.
A Patrasso non feci niente se non mangiare patatine fritte e a maledirmi per non aver almeno scofanato il culo di Phila, ma quel cazzo di Ouzo di Julian mi aveva reso sentimentale come una puntata di Sentieri. Presi il traghetto consapevole che avrei dovuto dormire sul ponte, guardai il cielo e mi resi conto che forse non fu un’idea geniale.
Si ballava che era una meraviglia, e sebbene la notte fosse bella scura di dormire non c’era proprio verso, così mi sedetti ad un tavolo dove c’erano due adulti. Uno dei due, notando il mio zaino bello pieno, mi chiese cosa stavo riportando dal mio viaggio, e gli feci un elenco esaustivo dei miei dischi. A quel punto si sentì in dovere di intortarmi il cervello sulla grandezza incommensurabile dei Canned Heat nei confronti di tutta la scena blues-rock passata, presente e futura. Non rispondo, che non ho voglia, e così mi chiede se almeno ho scopato. Gli racconto in modo disinteressato di Phila, e la cosa fece scattare in lui l’impulso di nominarmi tutte le migliori prostitute che potevi trovare a Roma e dintorni, lasciandomi pure qualche recapito. Lo ringraziai e tornai a non dormire sul mio materassino zuppo d’acqua di mare.
Arrivai ad Ancona che c’era il sole. Non avevo soldi per i mezzi per cui m’imbucai in diversi treni evitando i controllori, mi ci volle mezza giornata ma tornai a casa. Mi resi conto solo a pochi metri dal portone del condomino dove vivevo all’epoca che nella disperazione cocente che mi aveva colto a Kulata non avevo chiesto il nome di quel tassista bulgaro che salvò il mio viaggio, e grazie al quale avevo conosciuto Julian, Indiana e Phila. Se un giorno dovessi mai tornare da quelle parti vorrei portargli un regalo, e pur sapendo che non sarebbe comunque mai abbastanza so di certo che il tassista mi sorriderebbe pieno di gioia, perché lui sapeva bene che sebbene quanto avesse ricevuto in gioventù, nella vita non è mai scontato ricevere qualcosa. Bisogna volerlo, cercarlo, inseguirlo fino in capo al mondo… o almeno fino a Kulata.

EDIT: formattazione.
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2019.07.14 14:03 3-jan-1889 Esiste un archivio di RAI cinema?

Sono riuscito a vedere su Rai.tv tre film d'autore molto interessanti ( il cavallo di Torino e le armonie di Werckmeister di Bela Tarr e vampata d'amore di Bergman). Nessuno dei tre film si trova su RAI play, quindi sono alla ricerca di una sorta di archivio per poter capire quali altri film d'autore sono disponibili in streaming gratuito. Dalla pagina dei film vengo indirizzato a un fantomatico archivio di RAI cinema, in realtà un elenco di film random di RAI Cinema Channel (dove nessuno dei tre film precedenti è presente) senza nemmeno un tasto cerca, da lì cliccando su sito riesco ad accedere al sito di RAI cinema dove ovviamente manca una lista dei film e nuovamente un banalissimo tasto cerca.
Ora, sorvolando su quanto siano fatti male i vari siti che ho attraversato, qualcuno sa dove si trova questo dannato archivio? Grazie.
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2018.06.19 02:34 cptmacjack E aí /r/brasil, bora falar sobre filmes? + Minhas recomendações.

Boa noite amantes da sétima arte de todo o /brasil.
Mais cedo fizeram um thread pedindo uma recomendação de filme, mas acabei me empolgando um pouco e escrevi uma lista com meus preferidos que recomendo fortemente.
Resolvi então dar um upgrade na lista com descrições e links pra também criar um thread pra discussões, então sejam bem-vindos pra falar sobre seus filmes preferidos.
Minhas recomendações baseadas nos meus filmes preferidos:
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2018.01.29 14:53 Valaens Black Museum: Analisi e Tutti gli Easter Egg!

Video: https://youtu.be/tOUkMBkKoM8

• RECENSIONE SENZA SPOILER

“Realisticamente parlando, quanto pensi possa durare la felicità?”. Black Museum è superba, rappresenta in pieno l’essenza di Black Mirror! Se fosse l’ultima puntata, non riuscirei a immaginare un epilogo migliore! È così intensa da graffiare l’animo dello spettatore, lasciandolo sanguinante, e desideroso di divorare con gli occhi altri preziosi minuti. Black Museum è l’armonia che lega le 3 storie in essa racchiuse. Ne consiglio la visione? Assolutamente sì! Per essere assaporata al meglio, però, dovrebbe essere vista per ultima: gli easter egg, infatti, sono numerosissimi: sto parlando di citazioni a ben 15 degli altri 18 episodi che compongono questa sorprendente serie tv. L’attenzione al dettaglio è maniacale: si potrebbe vedere le stesse scene 10 volte, e notare ancora qualcosa di nuovo. Dopo il riassunto, infatti, dedicherò un’intera parte a Easter Egg e dettagli nascosti! Cosa dire, ancora, della recitazione? Nessun attore delude le aspettative, e, sopra tutte, spiccano le performance di Douglas Hodge e Daniel Lapaine. E non dimentichiamo Alexandra Roach, entrata nei nostri ricordi grazie a quel capolavoro di Utopia.
Voto finale? 9 e mezzo su 10. Sì, avete sentito bene. Se non assegno la valutazione massima a questo episodio è solo per qualche sporadica imperfezione, di cui discuteremo. Le idee scorrono a fiotti, e l’originalità non è in discussione. Queste sono immagini che si imprimono nella memoria, degne di film da produzione milionaria. Sembra quasi che gli autori abbiano concentrato l’inventiva in 2 soli episodi di questa stagione, mi riferisco a Hang The DJ e Black Museum. È vero, la prima delle 3 storie è presa dal libro “Pain Addict”, e altre idee sono state (forse) prese da Karl Pilkington, ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: se Charlie Brooker, lo scrittore della presente puntata, ha toccato il fondo con “Metalhead”, con Black Museum si è pienamente espiato. Direi: bentornato, Charlie.

• STORIA

Se non hai visto l’episodio, attenzione: qui iniziano gli spoiler! E se non ti interessa il riassunto, in descrizione ho lasciato i riferimenti per andare direttamente alle parti successive, che sono “difetti”, “easter egg” e “dettagli nascosti”. La storia inizia con serenità, proprio come i grandi successi delle stagioni passate! La protagonista, di nome Nish, passeggia fra le lande di nessuno con la sua macchina, finché non arriva a un museo del crimine chiamato “Black Museum”. Quest’ultimo è diretto da Rolo Haynes, uno scienziato pazzo ma geniale che, nel corso degli anni, ha ideato e sperimentato una miriade di nuove tecnologie, spesso con esiti catastrofici. Fin dal principio i riferimenti non si fanno aspettare: Black Museum ricorda infatti Black Mirror, che, in sé, rappresenta una sperimentazione di tecnologie grandiose sì, ma mai perfette. In fondo, citando le parole dello stesso Rolo, “realisticamente parlando, quanto pensi possa durare la felicità?”. La protagonista viene dall’Inghilterra, e il nome di Nish ricorda il termine inglese “Niche”, che sta per nicchia: Black Mirror, parallelamente, è una serie di nicchia importata da Channel 4, un canale britannico. Il “museo nero” è colmo di avventure tanto inquietanti quanto straordinarie, e il direttore non vede l’ora di eviscerare i dettagli di qualsiasi vicenda catturi l’attenzione di Nish.
La prima è la storia del dottor Dawson, un medico così incompetente da ritrovarsi sempre, a fine turno, con la testa fra le mani. Ma Rolo Haynes ha una soluzione per lui: si tratta di un dispositivo che permette a un essere umano di percepire le sensazioni di chi indossi un apposito casco. Il processo è irreversibile, e richiede l’applicazione, dietro l’orecchio del dottore, di un ricevitore dalle dimensioni generose. A Peter mancano le competenze, ma non l’umanità: è così che decide di accettare, passando, in poco tempo, dal peggior incubo dell’ospedale di Saint Juniper alla sua più grande speranza. Tutto va per il meglio, finché, fra un paziente e l’altro, il medico sperimenta la morte, e, con essa, una tempesta di endorfine. Questo evento lo ha cambiato nel profondo, ma lui ancora non lo sa, non sa che il dolore non sarà più lo stesso. Il dolore, per l’esattezza, non fa più parte del suo mondo, ma è stato sostituito con un’ondata di piacere tanto grande quanto maggiore è il supplizio corrispondente. E quest’estasi, purtroppo ha un costo, un costo che si chiama “dipendenza”. All’inizio si tratta di esperimenti in camera da letto, che diventano intralcio alle cure dei degenti, per poi sfociare in automutilazioni e, infine, in torture e omicidi. È così che lo trovano, mentre assalta un inerme senzatetto, per rinchiuderlo nella casa di cura che lo ospita tuttora: che curioso destino per un dottore.
La scena successiva ci riporta al Black Museum. L’impianto di condizionamento è guasto, e Rolo Haynes sta sudando copiosamente, tanto che la dolce Nish è disposta a cedergli tutta l’acqua che aveva nello zaino. Due chiacchiere, e siamo già dentro la seconda avventura. Al centro dell’inquadratura c’è un semplice orsacchiotto di pezza. Questa è la storia di Jack e Carrie, due ragazzi scelti da Cupido per conoscersi a una delle tante feste da college americano, e amarsi. È da questo amore che nasce, 9 mesi dopo, Parker. Ancora un’altra volta tutto sembra andare per il meglio, ma “realisticamente parlando, quanto pensi possa durare la felicità?”. Per via della poco scientifica legge di Murphy, cercando l’inquadratura perfetta per ritrarre la propria famiglia, Carrie finisce sotto un furgone, e da qui precipita nel coma. Sono mesi di sofferenza per la fragile famiglia appena nata, ma ci penserà Rolo Haynes a liberarli dalle catene della malattia. “Noi usiamo soltanto il 40% del nostro cervello”, dice. No, non è assolutamente vero, ma usiamo un po’ di vecchia e sana “sospensione dell’incredulità”. “Perché, allora, caro Jack, non lasciare a Carrie parte del restante 60%?”. Nonostante le giuste perplessità, la coppia accetta l’aiuto dello scienziato. Le prime parole che Carrie chiede a Jack di rivolgere a Parker riempiono il cuore: “La mamma ti vuole bene”, e “La mamma ha bisogno di un abbraccio”. La storia potrebbe finire qui, eppure la compagna sceglie di tormentare il proprio partner, giorno dopo giorno, giudicandolo come una guardia carceraria che capovolge il materasso dopo aver esaminato ogni fotogramma delle riprese di sorveglianza. Jack è un ragazzo d’oro, ma l’unica scelta percorribile è disattivare Carrie, consentendole, di tanto in tanto, di tornare per un abbraccio al figlio. E lei, anziché tornare sui propri passi, rincara la dose all’arrivo di Emily, la nuova ragazza di Jack. La scelta, questa volta, è fra liberarsi definitivamente del carceriere non desiderato, e qualcosa di ancora più crudele: trasferirla in un peluche, in quel semplice orsacchiotto di pezza tuttora esposto nel museo degli orrori. È già finito il secondo racconto, il nostro animo ha incassato quest’altro colpo, e ormai ogni corazza è ridotta in briciole. Questa volta non siamo certo da Papà Castoro. Pronti per il colpo finale?
La terza è la storia di Clayton Leigh, uomo passato agli onori della cronaca per l’assassinio brutale di Denise, la donna che annunciava il meteo. A lui Rolo propone quanto Clayton non poteva più offrire alla propria famiglia: il denaro. Se lui fosse condannato, infatti, una sua virtualizzazione diventerebbe l’attrazione principale del nascente Black Museum, e parte dei proventi recherebbe sollievo ai famigliari. L’ipotesi si trasforma in realtà, e uno spaesato clone di Clayton è condannato a torture indicibili, in uno strazio così aspro che raggiunge lo spettatore come un urlo d’orrore che non supera il vetro del televisore, tanto acuto da non essere udibile. Questa volta, però, l’urlo supera quel vetro. Negli occhi affranti di Nish si legge tutto. Hai presente il caos che si riversa sul tavolo appena aperto un puzzle? E hai presente come quel caos, dopo ore di lavoro, si trasformi in simmetria una volta nella sua cornice? È così che, in una manciata di secondi, tutto Black Museum entra nell’occhio del ciclone e ne esce finalmente compiuto e rifinito.
È stata lei a manomettere il condizionatore, col suo curioso smartphone, e sempre lei ha avvelenato l’acqua che ha offerto a quel genio criminale di Rolo Haynes. Tutto per vendicare Clayton Leigh, suo padre. Esattamente come quest’ultimo, il direttore del museo trascorrerà l’eternità su una sedia elettrica, in uno dei tanti souvenir che hanno lasciato quelle 4 mura.
La lunghissima puntata, da 69 minuti, si conclude col fumo nero, nero come il Black Museum, di cui segnerà la fine. Nish porta Carrie con sé, così come porta, da anni, sua madre, nella sua testa: alla fine, non tutto l’operato dello scienziato pazzo è un concentrato di malvagità.

• DIFETTI

Non tutto però mi è chiaro: perché Nish non cerca anche i souvenir che contengono il padre? E come è possibile che la macchina sia già carica, sono davvero trascorse più di 3 ore? Rolo deve essere davvero appassionato allora, se è disposto a narrare dei suoi esperimenti falliti a una turista qualsiasi con così tanto zelo. Non tutte le sue sperimentazioni, però, si sono risolte in un fallimento: non è stato questo, infatti, il destino delle tecnologie di Jack e Carrie e di San Junipero.
Perché, ancora, non hanno posto Carrie in un robot, che potesse quanto meno muoversi? È una scelta votata a un buco nella trama, o alla perfidia dello scienziato, che l’ha condannata a fissare il buio in eterno pur di avere un pupazzo in più da esibire nel suo museo?
Un ultimo particolare che mi lascia perplesso è: perché i visitatori torturavano il povero Clayton? Non sapevano che le virtualizzazioni hanno gli stessi sentimenti di una persona reale? D’altronde siamo in un momento storico successivo a quello di USS Callister, e la polizia informatica dovrebbe essere già stata istituita! Le persone sono davvero così crudeli, e disposte a perdere l’umanità dinanzi a chi credono non ne abbia?

• EASTER EGG

A parte i pochi difetti, Black Museum è un trionfo di Easter Egg: cita, infatti, 15, e dico 15, delle altre 18 puntate di Black Mirror. Attenzione: prosegui solo se hai già visto tutti gli altri episodi, altrimenti continua con l’ultima sezione, quella sui dettagli nascosti!
Appena Nish arriva davanti al museo notiamo una stazione di servizio dismessa, e il suo nome è “BRB Connect”, dove BRB è l’anagramma di “Be Right Back”, la 2x01. Numerosi, poi, sono i riferimenti a White Bear, la 2x02, che, più di tutte, è la “puntata gemella” di Black Museum, in quanto entrambe si riferiscono a una mostra criminale. Il primo rimando è ben poco mascherato: appena i 2 entrano nella struttura, c’è una foto di Victoria Skillane, e poi la scritta “bambino ucciso”. Il secondo easter egg, poi, è quando sono inquadrati una maschera e un fucile usati proprio nello stesso episodio. Letteralmente pochi metri dopo Nish si trova dinanzi a un set teatrale che ricorda distintamente Playtest, la 3x02.
Qui parte un treno di inquadrature rivolte alle varie vetrine. La prima contiene una lente d’ingrandimento puntata su una delle api assassine di Hated In The Nation, la 3x06. La seconda mostra il tablet, distrutto e insanguinato, di quell’inquietante episodio scritto da Jodie Foster, ovvero Arkangel, la 4x02! La terza è la vasca da bagno dell’episodio immediatamente successivo, cioè Crocodile, la 4x03. La quarta vetrina mostra un uomo impiccato: non è difficile riconoscere Tom Blythe, l’artista che minacciò il Primo Ministro in The National Anthem, la 1x01.
La quinta teca protegge il macchinario usato da Robert in USS Callister, la 4x01. Finite le bacheche, l’ottavo easter egg è decisamente interessante: il dottor Dawson e Rolo stesso lavoravano nell’ospedale di Saint Juniper, che è un chiaro richiamo a San Junipero, la 3x04. Come se ciò non bastasse, la TCKR, ovvero la compagnia per cui lavorava lo scienziato pazzo, è la stessa che ha inventato la tecnologia usata nell’episodio sopracitato! Infine, il box con cui Carrie comunicava con Jack mentre era in coma è lo stesso che usava Yorkie in una situazione simile. Durante la prima storia, poi, i ratti su cui Rolo aveva sperimentato si chiamano Kenny e Hector, nomi curiosi per dei topi, che però ricordano i 2 protagonisti di Shut Up And Dance, la 3x03. Quando il medico si risveglia dopo l’installazione del sistema rivoluzionario, notiamo che quest’ultimo è stato posto vicino al processo mastoideo, anziché sulla solita tempia, proprio dove era piazzato il “grain” di The Entire History Of You, la 1x03.
Non poteva mancare un riferimento a White Christmas, che è accompagnato dall’ennesimo su San Junipero: Rolo parla, infatti, dei “cookies”, e Nish li paragona alla “tecnologia per trasferire i vecchi”. Quanto alla seconda storia, iniziamo subito con un Easter Egg lampante su Metalhead, la 4x05: sto parlando dell’orsacchiotto che imprigiona la povera Carrie. Nella stessa storia notiamo che Jack ha degli ottimi gusti, tant’è che legge il fumetto di “15 Million Merits”, la 1x02.
Quanto al latte, però, ha scelto il “Raiman Milk”, così come aveva fatto lo spregevole Robert in USS Callister. Questa bevanda ricorda proprio Raiman, il protagonista di Men Against Fire, la 3x05. L’elenco delle puntate racchiuse in Black Museum è portentoso: mancano all’appello solo Hang The DJ (già citato, però, in USS Callister), The Waldo Moment e Nosedive. Il tutto sembra la perfetta chiusura di un ciclo, ma non credo che Netflix voglia già terminare la produzione di Black Mirror, acquistata, del resto, solo 2 anni fa. Non manca nemmeno un easter egg alla serie più famosa di sempre: Game of Thrones. Infatti, l’attesa di Nish fuori dal Black Museum ricorda quella di Arya dinanzi la “House of Black and White”, e il secondo parallelismo si manifesta dinanzi a quella marea di maschere stranamente esposte nel museo del crimine.

• DETTAGLI NASCOSTI

È stata una puntata così ricca, eppure ci sono ancora tanti dettagli nascosti da esaminare! La spensierata canzone che fa da sfondo alle prime scene, per diventare infine la colonna sonora dell’intero episodio, è “There’s Always Something There To Remind Me”, di Dionne Warwick. Il suo testo recita “Come potrò mai dimenticarti, quando c’è sempre qualcosa che mi ricorda di te? Non sarò mai libero, sarai sempre una parte di me”. Queste parole sono come una conversazione fra Nish e Angelica, la madre che porta sempre con sé, così come Jack portava Carrie.
E come abbiamo fatto a non notare che, pochi secondi dopo, la protagonista parla fra sé e sé, annuendo? Un altro indizio nascosto è che, prima di entrare nel museo, Nish ha fatto il carico di liquidi, bevendo con voracità la sua bibita gassata, per poi evitare di dissetarsi durante il macabro tour. Quando, infine, incontra Rolo, questi le domanda “Cosa ci fai qui?”, e lei risponde “Mio padre vive da queste parti, e mia madre voleva fargli una sorpresa”.
È curioso come la sicurezza dello stabile ricordi quella di un aeroporto, e Nish non avrebbe potuto portare in volo né una bottiglia d’acqua così grande, né quel curioso smartphone da hacker. Una storia trasversale alle 3 parti dell’episodio è quella di Denise, la donna del meteo. Probabilmente è stato Rolo a incastrare Clayton Leigh, così da conquistare l’attrazione principale nel suo museo dell’orrido. A commettere davvero l’assassinio sarebbe stato il dottor Dawson, nella sua ricerca infinita del dolore. La prima volta che sappiamo della scomparsa di Denise, infatti, è proprio quando Peter riceve una sospensione dal lavoro. Veniamo a conoscenza, poi, di come lei sia stata mutilata, proprio come il povero senzatetto che ha avuto la sventura di incontrare il medico dipendente dal dolore.
Ma il dettaglio nascosto che più di tutti strappa il cuore è riascoltare le prime frasi che Carrie chiede a Jack di rivolgere al figlio: “La mamma ti vuole bene”, e “La mamma vuole un abbraccio”. Sono proprio le stesse parole che, tempo dopo, si formano dagli altoparlanti della scimmia: “La scimmia ti vuole bene” e “La scimmia vuole un abbraccio”.
È tutto molto triste, e anche la vittoria finale ha un sapore dolceamaro, con la sconfitta di quell’uomo malvagio, ma geniale, di Rolo Haynes, e il sadismo di Nish, la sua nemesi nascosta. Black Museum, dopotutto, è l’anima di Black Mirror, che puntualmente propone una tecnologia stratosferica, per poi vedere tutto ridursi in frantumi, proprio come lo “Specchio Nero”, eleggendo a motto dell’intero ciclo di episodi “realisticamente parlando, quanto pensi possa durare la felicità?”.
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